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Siria: la vergogna di Obama e dell'Europa (Libero del 7 agosto)

 
La fuga in Giordania del premier Riad Hijab segna una svolta nella crisi siriana, non tanto per la rilevanza del premier (che nel regima siriano è solo esecutore degli ordini di Beshar al Assad), ma perché segnala che ormai i vertici del regime hanno scelto la logica del bunker di Berlino. Anche tra i massimi vertici politici del Baath (e Hijab, sunnita, ne era stato figura di primissimo piano), la frattura tra i falchi e le colombe è ormai insanabile: Tanto profonda e grave che Hijab, aiutato dalla Giordania e dal Qatar, è riuscito a eludere le imponenti misure di sorveglianza a cui da mesi Assad ha sottoposto tutti i suoi collaboratori e ha portare con sé –grazie ai suoi contatti con l’esercito dei disertori- non solo la sua famiglia, ma anche dieci famiglie del suo clan sunnita, originario di Deir Ezzor, nel nord-est, città massacrata da mesi dai carri armati di Assad. L’arresto, mentre tentava la fuga da Damasco del ministro delle Finanze Muhammad Jleilati, conferma non solo le difficoltà di queste defezioni, ma anche lo sfarinamento degli stessi apparati di sicurezza di Assad che non riescono più a contenere, se non a stento, le fughe dei massimi vertici politici e militari. Lo stesso portavoce di Hijab ha detto ad al Jazeera che non solo che la fuga era preparata da due mesi nei minimi particolari, ma anche che Hijab era in contatto con la resistenza da tempo e indica come il regime sia ormai sfilacciato. Ieri si è avuta notizia della fuga del colonnello Yasser Hajj Ali, del colonnello Yareb al Shara - responsabile del Dipartimento informazioni dei servizi segreti e membro del clan del vicepresidente al-Shara - e del fratello Mohamad. Un'emittente turca, Anadolu, aggiunge all'elenco di coloro che hanno lasciato il Paese anche Mohamad Faris, primo astronauta siriano a volare nello spazio, con l'equipaggio sovietico della Mir nel 1987 e quindi personaggio per anni vezzeggiato dal regime e simbolo della sua “modernità”. La defezione di Hijiab, grazie ad un evidente “padrinato politico” della Giordania, lo pone ora in eccellente posizione, caduto Assad, per assumere responsabilità di governo, come confermano le sue dichiarazioni ad al Jazeera: “Il regime sta commettendo un genocidio collettivo, si tratta dei peggiori crimini che possono essere commessi. Mi unisco alla rivoluzione, ma sono stato al suo fianco sin dall’iniziò, ma non ho potuto disertare prima poiché minacciato di morte. Tutti i ministri vorrebbero disertare ma non possono perché in Siria vige uno stato di polizia: chiunque osi opporsi rischia la morte e così i suoi familiari”.
Mentre ad Aleppo continuano ad ammassarsi truppe lealiste per sferrare l’ultimo assalto ai quartieri in mano ai rivoluzionari, si allargano gli scontri nel cuore stesso della capitale. A Damasco, ieri notte sino a tardi si sono sentiti colpi di armi da fuoco ad Abbasseyin e nei quartieri cristiani di Bab Touma e Qassa, segno che anche la comunità cristiana, sino a pochi mesi fa sostanzialmente schierata col regime, ormai ha deciso di opporsi. Continua anche l’assalto all’edificio della televisione, che però è sempre controllata dal regime. Secondo la resistenza, il bilancio di ieri è di 65 morti in tutto il paese, di cui 18 ad Idlib e 14 a Daraa.
Davanti a questa nuova Srebrenica, peggiore ancora di Srebrenica, la comunità internazionale, gli Usa di Obama in testa, (ad eccezione di Qatar, Giordania, Turchia ed Arabia Saudita) continua a voltare irresponsabilmente la testa dall’altra parte. I rivoluzionari siriani non hanno bisogno di truppe straniere –le uniche che hanno vinto in Libia contro Gheddafi- ma di armamenti, munizioni, carburante, finanziamenti. Ma neanche questo viene dato loro sì che ad Aleppo tutti i corrispondenti danno per imminente una carneficina e una probabile loro sconfitta. Ma Obama e l’Europa hanno deciso di non aiutare concretamente i rivoluzionari siriani e di abbandonarli soli, forti unicamente della loro disperazione e determinazione.