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Sharia e democrazia, un connubio impossibile (Il Giornale del Popolo di Lugano del 5 agosto)

 
La domanda cruciale sulla possibilità o meno di una affermazione della democrazia in un paese islamico (l’unico paese musulmano pienamente democratico è la Turchia, ma solo perché Kemal Atatürk ha espulso l’Islam e la sharia dalla legislazione dal 1924) ruota tutta e solo attorno alla questione della sharia, della legge islamica. Ereditati da Francia e Gran Bretagna eccellenti codici di mediazione tra sharia e costituzionalismo europeo, tutti i paesi musulmani (ad eccezione della Tunisia) tra il i970 e il 1981 li hanno modificati inserendo nella Costituzione il riferimento ai precetti shariatici “quale unica ispirazione della Costituzione e della legislazione”. L’allarme recente per la islamizzazione dei paesi arabi dopo la “primavera” del 2011 è quindi assolutamente fuori luogo e in ritardo. Questa scelta fu infatti presa anche dai regimi “laici” (Egitto, Iraq, Siria, Libia, Algeria) a fronte della enorme pressione dal basso degli islamisti.
Questa opzione shariatica impone una seria opzione negativa sul possibile sviluppo di processi democratici per due ragioni. Innanzitutto per un fatto che ignorano –o meglio, fanno finta di ignorare- i tanti pensatori politically correct, inclusi gli infaticabili cultori di un dialogo interreligioso che in 50 anni non ha fruttato nulla. Per l’Islam, oggi, quello reale, non quello degli utopisti post conciliari alla Küng, la sede di ogni decisione politica è la umma, la comunità dei credenti, concetto che, non a caso, spesso si sovrappone e assorbe quello di Nazione. Chi non è credente, cristiano o ebreo che sia (le uniche due religioni ammesse nell’Islam, più lo zoroastrismo in Iran, l’ateismo è il più grande peccato, è apostasia e spesso meritevole di morte) nel pensiero politico islamico dominante, in quanto non fa parte della umma, non può esercitare potere decisionale o politico su quanto concerne la umma stessa.
Non si creda che questa sia questione da poco. In Sudan, la pretesa del governo di Khartoum (allora “laico”) di estendere nel 1985 la sharia alle popolazioni cristiane e animiste del sud, è costata una guerra civile più che ventennale, che ha fatto mezzo milione di vittime e ha infine provocato la secessione del Sud Sudan (che è comunque sempre in stato di guerra col Sudan). In Iran, l’ayatollah Khomeini ha ghettizzato politicamente ebrei, cristiani e zoroastriani concedendo loro un pugno di parlamentari. Ma un cristiano non può votare per un candidato musulmano, né accedere ad alcuna carica pubblica di rilievo. Non solo: anche nei pochi paesi islamici in cui il culto cristiano è permesso o tollerato (gli ebrei sono stati tutti fatti fuggire con la forza, tranne in Marocco e Tunisia), non è possibile, non è assolutamente ammesso che un musulmano si converta al cristianesimo, (pena la morte spesso, comunque il carcere anche nei paesi cosiddetti “laici”). Ne consegue che una donna islamica non può sposare un cristiano perché da “eterna minorenne” qual è considerata dalla sharia, ne assumerebbe la fede, diventando apostata (da qui i delitti alla Hina che registriamo anche in Europa).
Nella laica Algeria una recente legge punisce col carcere o con multe enormi addirittura chi tenti di fare proselitismo religioso tra i musulmani.. Uniche eccezioni a questa concezione esclusivista della umma, sono la Tunisia e il Marocco, là dove, come vedremo, si è sviluppata una interpretazione estensiva e moderna della sharia.
Questa, che significa letteralmente via luminosa è l’insieme delle prescrizioni normative che regolano il culto, la vita familiare, il codice penale, civile, bancario e amministrativo della comunità islamica. E’ la Legge, la Norma, in senso lato, giuridico, politico e morale (da non confondere con il Fiqh, il diritto). Fiqh e sharia che –caso unico nella storia delle religioni, non si basano e articolano sulla base di principi che determinano il rapporto tra individuo, collettività e Stato, ma solo ed esclusivamente sulle decisioni, gli atti e i detti (hadith) del Profeta, a partire dal Corano, ma non solo. Dunque un codice comportamentale e prescrittivo, con una casistica minuziosa e infinita, solo marginalmente intrecciato con norme della legislazione bizantina. Questa assenza di una profonda discussione sul Diritto, di principi civili e del rapporto tra persona e Stato (presente sia nel Diritto romano, che nel cristianesimo), segna la più grande differenza tra la cultura politica islamica e quella occidentale. Il senso di “sottomissione” totale e assoluta, Islam, appunto, all’autorità divina, tende infatti a concretizzarsi in sottomissione altrettanto supina alla autorità della legge terrena.
Nell’islam sunnita, la sharia è codificata in quattro diversi canoni: hanafita definito da Abu Hanifa (699-767 D,C,); malikita, definito da Malikibn Anas (morto nel 795); shaafita definito da Uthman ibn Shafi’i (760-816); hanbalita, il più rigido, formalistico, autoritario, definito da Ahmed ibn Hanbal (780-855). Nell’Islam sciita si seguono altre codificazioni: imamita, ja’farita e zaidita. Le fonti a cui si sono rivolti gli estensori dei canoni shariatici sono considerati il Corano, la Sunna (ovvero gli atti, la storia terrena e gli hadith, i detti del Profeta), arrivati loro essenzialmente per tradizione orale e non scritta (Corano escluso, che fu però canonizzato circa mezzo secolo dopo la morte di Maometto).
Dunque, una legge divina che è stata formalizzata non collettivamente, ma da alcuni studiosi assolutamente estranei ad una elaborazione comunitaria, 100-250 anni dopo la morte del Profeta e che, nei suoi canoni fondamentali è immutata da più di un millennio. Questa canonizzazione rigida e immutabile della sharia (causa non ultima del declino della civiltà araba) si impose, dopo che attorno all’undicesimo secolo fu definitivamente sconfitta la corrente mutazilita, sino ad allora dominante, che aveva favorito l’esplosione della civiltà araba e islamica, proprio perché favorevole ad una continua esegesi sia del Corano che della sharia (ad opera questa, del potere politico rappresentato dal Califfato). Se si guarda alla letteratura e alla grande poesia araba sino al 1.200 (e non solo al miscredente Omar Khayyam) si nota non solo un assenza, ma anche un aperto dileggio delle prescrizioni shariatiche, modernissimo, ma oggi passibile addirittura di apostasia, con le conseguenze del caso.
Non è un caso infatti, che l’estensore della sharia più dura e dogmatica, quella hanbalita (osservata in Arabia Saudita, dai salafiti e dalla galassia di al Qaidia) sia stato anche assertore della dottrina del Corano Increato. Essendo tale, esso preesiste all’uomo, gli sovravviverà e quindi e “non interpretabile”, non è possibile una sua esegesi (Mohammed Taha, sulla base di una fatwa di al Azhar fu impiccato nel 1985 a Khartoum proprio perché proponeva di interpretare le Sure più legate alla attività politica e militare contingenti del Profeta, le sure medinensi).
Essendo opera dell’uomo e non di Dio, né del suo Profeta (se non indirettamente) la sharia è comunque interpretabile. Però, e questo è il punto dirimente e focale per quanto concerne la possibilità della democrazia nell’Islam, non è interpretabile dal potere politico della Umma (i Califfi appoggiavano i mutaziliti, propro per questo) perché oggi il percorso possibile dell’interpretazione non sta affatto nella volontà della umma islamica, ma solo ed esclusivamente nella Igma, il consenso dei dotti, basato su Qijas, la analogia giuridica.
Il non piccolo problema è che i dotti, nell’Islam sunnita non costituiscono una “chiesa” una gerarchia con regole canoniche, ma sono semplicemente espressione di una università coranica (nell’Islam sciita vi è una gerarchia ecclesiastica, ma tutta la esegesi shariatica, così come quella coranica è complicata dall’immanenza del XII° Imam). Essi esprimono le loro interpretazioni shariatiche attraverso la Fatawas (plurale di Fatwà), pareri sull’applicazione della sharia a situazioni contingenti (compresa la liceità o meno della televisione). Una recente Fatwà di un dotto di al Azhar, stabilisce ad esempio che un musulmano che si converta al cristianesimo debba essere messo a morte se lo fa pubblicamente, può invece non essere toccato dalla legge secolare se mantiene questa sua conversione in ambito strettamente privato e nascosto.
Dunque, in teoria e nella pratica, una casta autorigenerantesi e auto cooptante di esperti di Fiqh, Diritto islamico, ha un potere assoluto di interpretazione e riforma delle norme shariatiche, sovraordinato e indipendente dalla volontà popolare, anche quando si esprima in forme democratiche e parlamentari. Tariq Ramadan, sorvola elegantemente su questo aspetto dirimente e impediente quando affascina e affabula le anime belle d’Europa sulla possibilità di riformare la sharia (ad esempio sulla pena di morte per adulterio, per la quale ha proposto una moratoria).
Naturalmente, questo complesso contesto procedurale, può offrire dei piccoli varchi per riforme modernizzatrici e rispettose dei diritti dell’uomo (in primis quelli della donna, considerata dalla sharia una eterna minorenne bisognosa della “autorità tutoria” del maschio). Mai però è accaduto secondo procedure di democrazia, ma solo ed esclusivamente grazie al dispotismo illuminato di leader islamici. Habib Bourghiba impose infatti nel 1956 ad una Tunisia appena liberata dal giogo francese una Costituzione e una legislazione che proibivano la poligamia, permetteva alla donna il divorzio e l’affidamento dei figli, il tutto in ambito shariatico, obbligando i dotti musulmani tunisini a emettere Fatawas di piena approvazione e consenso. Nel 2004, il re del Marocco Mohammed VI° minacciò apertamente di sciogliere il Parlamento (“il primo eletto senza brogli” a detta del suo stesso Ministro degli Interni) riottoso ad accettare la sua Muddawana, il nuovo codice di famiglia che libera la donna -ma non del tutto- dalla autorità tutoria del maschio. Forte della sua definizione di Re dei Credenti e di discendente diretto di Maometto, il sovrano marocchino ottenne in pari modo approvazione e consenso a questa riforma da parte delle università coraniche del regno.
Due esempi di dispotismo illuminato, sinora non seguiti in alcun paese musulmano. Al contrario, nell’unico paese islamico con un discreto indirizzo verso la democrazia, l’Indonesia, si assiste ad un continuo irrigidimento shariatico della legislazione, temperato solo dal fortissimo peso, economico e religioso, delle comunità indiana e cinese, che costituiscono larga parte della èlite economica del paese.



 

 

 

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