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Bricolage costituzionale nell'Egitto ormai in mano ai generali (Il Foglio del 19 giugno)

 
Bluff contro bluff, il candidato dei Fratelli Musulmani Mohammed Morsi e quello dei generali Ahmed Shafiq, rivendicano una “storica vittoria” alle presidenziali. I risultati ufficiali verranno resi noti solo giovedì, ma una sola cosa è già chiara: il vero vincitore, chi detiene e deterrà il potere reale nell’Egitto post-Mubarak è il feldmaresciallo Hussein Tantawi, che controlla il banco a tal punto da potersi permettere una vertiginosa -e scandalosa- modifica delle regole del gioco a partita in corso. Dopo aver pilotato la Corte Suprema a invalidare il voto politico, con conseguente scioglimento del Parlamento, domenica scorsa, ad urne ancora aparte il Consiglio Supremo di Difesa presieduto da Tantawi ha comunicato che avoca a sé stesso non solo tutto il potere legislativo, ma anche la gestione del bilancio e soprattutto la nomina del Comitato che deve scrivere la nuova Costituzione e quindi definire i poteri del nuovo presidente. A seguire, la burla: in un comunicato pubblicato lunedì mattina il Consiglio di Tantawi ha annunciato che entro il 30 giugno “cederà i poteri al Presidente eletto”. Il non piccolo problema è che nessuna Costituzione decreta quali siano questi poteri e nessun Parlamento li potrà controllare; di conseguenza essi saranno octroyès dal Consiglio di Tantawi, che però anticipa magnanimamente che gli permetterà di nominare un governo. Le Figaro definisce “bricolage costituzionale”, quello che molti in Egitto definiscono –non a torto- un “golpe bianco” a più stadi”, ma, al di là delle definizioni, è evidente che al Cairo ormai è inarrestabile la tendenza bonapartista dei generali e che nessuno, men che meno i Fratelli Musulmani, sono in grado di contrastarla. A meno che non tentino uno sciagurato sollevamento popolare, in caso di vittoria di Shafiq, che avrebbe come esito verto un “golpe”, questa volta con tutti i crismi formali. E’ infatti evidente che il processo costituzionale “fai da te”, in cui i generali egiziani si riservano l’ultima mossa, irridendo la sovranità popolare, permette loro di modulare la nuova Costituzione a seconda che le urne consegnino la vittoria a Morsi o a Shafiq. Se vincerà il primo, è più che probabile che Tantawi e il Consiglio impongano quella “riserva costituzionale”, che già hanno tentato mesi fa, che assegna alle Forze Armate un ruolo sovraordinato nella gestione della Difesa, degli Esteri e dell’Economia che ridurrebbe il potere presidenziale a pura rappresentanza. Se vincerà Shafiq, ultimo premier di Mubarak, invece, è probabile che i generali modulino una Costituzione che riconosca più poteri al presidente, finalizzata all’obbiettivo perseguito sin dal marzo 2011: il regime di Mubarak, senza Mubarak.
D’altronde la fotografia che ha ritratto domenica il feldmaresciallo Tantawi a fianco di re Abdullah dell’Arabia Saudita alle esequie del principe Najf, successore designato al trono di Ryad, ci consegna l’immagine plastica dell’inerzia che attanaglia i paesi arabi, e che la “primavera araba” non è riuscita a scalfire. Neanche le fortissime spinte popolari della “primavera araba” sono riuscite a sgretolare regimi per nulla “imposti” dall’Occidente ma palesemente frutto di una autoctona vocazione immobilista e autoritaria. Re Abdullah ha risposto alla rivolta degli sciiti del Baharein, annettendosi il piccolo regno e non ha realizzato nessuna riforma politica tra le tante promesse. Neppure quella dinastica, sì che, anziano (88 anni) e malato di cancro, avrà come successore un fratello anch’esso anziano e anch’esso malato di cancro; il più quotato è Salman, il più dogmatico sul piano religioso, il più tradizionalista sul piano politico, molto vicino all’ala più conservatrice dei Fratelli Musulmani egiziani (da sempre sponsorizzati da Ryad). Un immobilismo politico pachidermico, che non è solo insito nell’ideologia wahabita-salafita, ma che è condiviso in pieno dai vertici delle Forze Armate egiziane che laiche sono solo in apparenza, ma che dalla morte di Sadat (1981) in poi hanno applicato la ricetta principe di Mubarak: ostacolare sul piano del potere i Fratelli Musulmani, ma fare proprie le loro istanze islamiste, anche nella legislazione. Immobilismo, rafforzato dall’alleanza obbligata di Egitto e Arabia Saudita contro le minacce iraniane, che si riverbera anche sul piano regionale. E’ indicativo infatti che né Ryad, né il Cairo, siano mai riusciti neanche a mediare quella pace tra Hamas e Abu Mazen, alla cui ricerca sono impegnati da anni, così come non sono riusciti a giocare in modo decisivo le loro carte nella crisi siriana.

 

 

 

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