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L'Italia e la diplomazia da suk del nuovo governo libico (Libero del 16 dicembre)

 
Un bisogno disperato di soldi, cash: questo nascondevano le “riserve su alcuni punti del Trattato italo-libico”, avanzate nei giorni scorsi dal nuovo governo libico. Dopo gli incontri di ieri a Roma con Mario Monti e Giorgio Napolitano, Mustafa Abdel Jalil ha infatti annunciato che il Trattato “è stato riattivato senza modifiche nell'interesse dei due paesi: con la sua firma la pagina del colonialismo è stata definitivamente chiusa”. Subito dopo si è compreso perché Jalil non ha insistito sulle sue “riserve”: Mario Monti ha infatti promesso di “assicurare la massima speditezza per l’utilizzo dei fondi libici scongelati, passando dagli attuali 230 a 600 milioni di euro”. Conseguito questo obbiettivo –che rivela come il nuovo governo libico sia alle corde sul piano economico e come attui una “diplomazia da suk non molto diversa da quella di Gheddafi- Jalil non solo ha invitato Mario Monti a Tripoli per il prossimo gennaio, ma ha anche fatto due affermazioni di grande peso. Innanzitutto ha reso un omaggio formale a Silvio Berlusconi: “Saluto l’ex presidente Berlusconi, i ministri degli Esteri, della Difesa, il capo di Stato maggiore che hanno sostenuto la rivoluzione libica fin dal principio e voglio anche ricordare che l’impegno del team italiano a fianco degli insorti ha rappresentato il miglior aiuto per i nostri rivoluzionari.” Una dichiarazione che fa piazza pulita, impietosamente, di tutte le polemiche di basso profilo, non solo dell’opposizione, ma anche molti media italiani, circa supposti rapporti tiepidi tra Berlusconi e il Cnt a causa della sua “compromissione” con Gheddafi e circa la “timidezza e la marginalità” (rispetto alla Francia) del nostro impegno in Libia. Jalil, insomma, ha riconosciuto il ruolo letteralmente indispensabile del governo Berlusconi, senza il cui appoggio e impegno politico e militare la guerra libica non si sarebbe potuta neanche iniziare. Ma Jalil ha fatto anche altro, ha infatti pubblicamente riconosciuto il ruolo indispensabile svolto dall’Eni a fianco del Cnt: “Voglio ringraziare le aziende petrolifere italiane in particolare l'Eni che ha deciso di tornare alle postazioni di lavoro al fianco dei libici con tutti i pericoli. Noi apprezziamo questo coraggio che ha accelerato il flusso di gas verso l'Italia e voglio esprimere il nostro apprezzamento per il coraggio e la dedizione al lavoro dimostrata”. Coraggio, va ricordato, non dispiegato soltanto dai nostri tecnici in Libia, ma anche dall’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni che –sfidando molti pericoli- volò su un elicottero militare a Bengasi già ad aprile, a guerra appena iniziata, per concordare col Cnt la continuità dell’estrazione di petrolio e gas dove possibile e la sua immediata ripresa a guerra finita (come è avvenuto). Dunque, anche le polemiche di bassa lega dei tre più grandi quotidiani italiani circa la perdita del ruolo centrale dell’Eni in Libia a favore dei francesi della Elf, altro non erano che insinuazioni prive di riscontro, per di più -e al solito- contrarie all’interesse nazionale dell’Italia.

 

 

 

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