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Siria: la Turchia interviene .nonostante Ue, Usa e Lega Araba- ed entra in rotta di collisione con Assad, la Russia e l'Iran (Il Foglio del 22 novembre)

 
A distanza di poche ore la Russia ha accusato la Turchia di soffiare sul fuoco della crisi siriana e Doku Umarov, il capo dei ribelli islamici caucasici che combattono il governo di Mosca ha minacciato Tayyp Erdogan e Abdullah Gul, accusandoli di complicità negli assassini di 7 leader ceceni in esilio a Istanbul da parte dei servizi segreti russi: “Se non siete in grado di fare qualcosa, allora lo faremo noi, con l'aiuto di Allah, e su questo non ci sono dubbi”. Minaccia non velata di attentati e ritorsioni a una Turchia (accusata forse non a torto di complicità coi servizi russi) sempre più nell’occhio del ciclone delle crisi dell’area, che negli ultimi mesi tanto si è contraddistinta per attivismo “di potenza”, quanto ha dovuto prendere atto che tutta la sua politica estera è da ridefinire. “Nessun problema con i vicini”: era questo lo slogan che ispirava la nuova dottrina di politica estera di Ankara di Ahmed Devutoglu, dinamico ministro degli Esteri turco, che però si è ribaltato nel suo opposto, tanto che ora Ankara ha gravi problemi quasi con tutti i vicini. Oltre al deterioramento dei rapporti con Israele, che coinvolgono anche quella Cipro (per la questione dei giacimenti di gas) con cui la dottrina di Davutogli progettava “relazioni normali”, Erdogan ha fatto mosse coraggiose e innovative, che però hanno avuto l’effetto di portare la Turchia ad una situazione semi conflittuale, proprio con tutti i vicini (tranne Armenia e Iraq), per non parlare delle tensioni con la Lega Araba e l’Ue. Tutto, o quasi tutto, discende dalla crisi siriana, in cui la Turchia ha preso atto che l’assoluta incapacità di iniziative pregnanti da parte dell’Onu e dell’Ue, impegnati esclusivamente nella crisi libica, avrebbe reso la Siria un destabilizzante vulcano in ebollizione. Il vuoto d’iniziativa di Onu, Nato e Ue, è stato così riempito da una iniziativa unilaterale turca su due livelli. Il primo è stata la costituzione di un “santuario” ai confini con la Siria, in cui migliaia di disertori dell’esercito siriano, ai comandi del colonnello Riad al Asaad, non solo hanno trovato rifugio e assistenza, ma anche una –copertissima- cooperazione militare. Le azioni che la Free Sirian Army conduce da un mese a difesa delle città ribelli di Hama e Homs, così come gli spettacolari attacchi con lanciarazzi alle sedi dei servizi segreti siriani a Damasco, nei sobborghi di Harasta e Maraa al Nauman, sono operazioni tanto complesse sul piano tecnico che non possono essere opera di una armata improvvisata e sono quindi palesemente frutto della cooperazione dei disertori siriani con i commandos turchi o –quantomeno- con la rete di comunicazioni satellitari della Turchia (sulla falsariga delle azioni “coperte” dei commandos del Qatar in Libia, emerse alla luce solo a guerra finita). Questa attività coperta mira a attuare una articolata roadmap turca, che mira ad accelerare la caduta del regime di Beshar al Assad a iniziare dall’invasione da parte dell’esercito e dell’aviazione turchi di una “buffer zone”, di un “cuscinetto” di territorio siriano che comprenda le cittadine ribelli di Deir Ezzor e Idbil, per poi estendersi a sud verso Hama e Homs, che funga da testa di ponte per le incursioni dell’esercito dei disertori contro l’esercito siriano, con l’obbiettivo –i piani sono stati rivelati dal quotidiano turco Sabah- di estenderla addirittura sino ad Aleppo. Questo progetto è tanto concreto e visibile –anche se sottotraccia- da avere già avuto l’assenso del leader dei fratelli musulmani siriani Riad Shakfa, che venerdì scorso ha dichiarato: “Il popolo siriano accetterà un intervento da parte della Turchia piuttosto che occidentale se si tratta di proteggere i civili”. La svolta clamorosa di un leader arabo che auspica un intervento militare dell’esercito turco (inimmaginabile, per ragioni storiche, fino a un mese fa), ha però innescato dure reazioni, innanzitutto da parte dei paesi vicini alla Turchia. La Russia ha inviato venerdì scorso –la fonte è il quotidiano israeliano Haaretz- una flotta militare nelle acque territoriali della Siria, come minaccioso deterrente all’eventuale intervento militare turco (e per proteggere le installazioni militari russe in costruzione nel porto di Latakia). Nelle stesse ore, la dissidenza siriana dava notizia dello spostamento verso Homs e verso la potenziale “buffer zone” turca, di 4.500 miliziani dell’Esercito del Mahdi di Moqtada al Sadr, pronti a “combattere l’invasore”, in evidente raccordo con l’Iran. Ai venti di crisi e addirittura di possibile scontro militare indiretto della Turchia con la Russia e con l’Iran, si sono aggiunte le pressioni contrarie alla “roadmap” turca in Siria sia da parte della Francia che della Lega Araba. Alain Juppé, volato in fretta ad Ankara, ha comunicato ad Ahmet Devutoglu che la “Francia è contraria a interventi unilaterali contro la Siria senza un mandato delle Nazioni Unite”, mentre Ahmed Ben Helli, vice segretario della Lega Araba ha frontalmente bocciato la proposta avanzata formalmente all’organizzazione dalla Turchia: “La creazione di una zona cuscinetto di sicurezza proposta dai turchi in territorio siriano per difendere i civili rappresenta una soluzione pericolosa per la crisi in Siria”. Ovviamente, senza il patrocinio della Lega Araba, a fronte di una politica attendista della Ue e di una sostanziale estraneità da parte degli Usa (che si limitano a esternazioni verbali vuoi di Hillary Clinton e di Barack Obama), sfuma ogni possibilità di un intervento turco con i crismi della “multilateralità”, anche se Erdogan, rafforzato dall’assenso dei Fratelli Musulmani siriani, non pare intenzionato a cessare ad operare sottotraccia sul piano militare, tanto che ieri ha preso a male parole Beshar al Assad: “Si può restare al potere con i carri armati e i cannoni soltanto fino a un certo punto, ma verrà il giorno in cui anche tu dovrai farti da parte. Vediamo un tizio e afferma “combatterò fino alla morte” (allusione a un'intervista rilasciata domenica da Assad al Sunday Times) ma contro chi combatterai? Contro i tuoi fratelli musulmani che governi nel tuo Paese?”. Non stupisce che in questo clima ieri in Siria una colonna di tre pullman turchi con pellegrini di ritorno dalla Mecca sia stati presi a mitragliate da una pattuglia di soldati del regime. Né che il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak abbia pronosticato: “Assad è su un pendio scivoloso e non riesce a risalire: abbandonerà la carica tra sei mesi o al massimo un anno”.

 

 

 

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