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Sono più i missili iraniani puntati contro l'Arabia Saudita di quelli puntati contro Israele. Ma... (Il Foglio del 17 novembre)

 
I missili iraniani puntati contro la penisola Araba e l’Arabia Saudita sono di più di quelli puntati contro Israele. Una valutazione calcolo non provata da dati di intelligence, impossibili data la impermeabilità dell’Iran, ma da due dati di fatto. Dal punto di vista militare, sia che l’Iran si prepari ad attaccare per primo Israele, sia che si prepari a rispondere ad un attacco israeliano alle sue centrali nucleari, il punto focale su cui dovrà applicare tutta la sua potenza militare –oltre a inviare una pioggia di missili su Tal Aviv- sono le basi militari straniere nel Golfo nel tentativo di strozzare il Canale di Hormuz, la giugulare petrolifera dell’Occidente. Quindi, deve letteralmente “martellare” obbiettivi strategici Usa, sauditi e degli emirati. I progetti dello Stato Maggiore iraniano devono essere ispirati ad una “doppia deterrenza”, verso Israele e verso il Golfo, più volte evocata peraltro dai vertici militari iraniani, a partire dal comandante dell’Aviazione dei pasdaran, generale Amir Ali Hajizadeh, che ad agosto, annunciando il successo del lancio di 14 missili Zelzal, Shahabs 1 e 2 e Ghadr, con una gittata di 2.000 chilometri, ha dichiarato che i nuovi missili “sono in grado di colpire obiettivi americani nella regione, e il regime sionista”. Gli “obbiettivi americani nella regione” sono le basi che ospitano 27.000 militari Usa in Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain, ma anche le basi militari saudite che sono perfettamente integrate nel apparato militare statunitense e che sicuramente sarebbero parte di ogni –eventuale- attacco o contrattacco contro l’Iran.
Ma gioca anche un dato di fatto ancora più importante: la dirigenza iraniana si distingue da quelle di tutti i Rogue States perché è animata in tutte le sue componenti da una radicale vocazione religiosa e rivoluzionaria islamica. Persegue una sua marcata aspirazione alla potenza nazionale dell’Iran, ma non solo. E’ animata dalla missione di “esportare la rivoluzione” khomeinista ed è mossa dal miraggio che ha sempre mosso tutte le dinastie islamiche: controllare le città Sante della Mecca e della Medina. Fu questo il primo sbocco dato alla spinta rivoluzionaria vittoriosa da Khomeini durante i pellegrinaggi alla Mecca degli anni ’80 (con esiti da macelleria), ed è tuttora la massima, intima aspirazione della leadership politica degli sciiti. Se per gli ayatollah e per Ahmadinejad è un oltraggio all’Islam che la terza città Santa per l’Islam, Gerusalemme, sia sotto il dominio degli ebrei, ancora maggiore è l’oltraggio che Custode della Mecca sia una dinastia non solo sunnita, ma che, come quella degli al Saud, appartiene alla setta wahabita che della guerra agli “eretici sciiti”, sin dal XVIII° secolo ha fatto il suo obbiettivo principale. La recente vicenda dell’attentato iraniano all’ambasciatore saudita a Washington si inserisce in questa contorta dinamica che ebbe la sua prima verifica quando fu proprio l’Arabia Saudita –non gli Usa- a spingere Saddam Hussein a dichiarare guerra all’Iran nel 1980, finanziandola con ben 30 miliardi di dollari, a riprova di una inevitabile conflittualità strategica tra le due potenze regionali e i due poli religiosi antagonisti del wahabismo e della sciia.
Da questo contesto è indispensabile partire per comprendere cosa significhi oggi, vista da Ryad, la prospettiva di un Iran, sciita e rivoluzionario, in procinto di dotarsi di un armamento atomico. L’insidia all’indiscusso ruolo di massima potenza regionale nel Golfo di cui gode l’Arabia Saudita, vista da Ryad, si moltiplica all’ennesima potenza alla luce di un conflitto interreligioso che negli ultimi due secoli ha fatto migliaia di vittime, tanto che il nation-building dell’Iraq post Saddam Hussein, è stato, ed è tuttora, minacciato ed insanguinato proprio e solo dalla Fitna, dagli scontri settari tra sciiti e salafiti wahabiti.
A ascoltare le dichiarazioni dei massimi dirigenti sauditi, questo contesto sfugge in larga parte alla amministrazione Obama. Sicuramente questa ottica saudita nei confronti dell’Iran e della sua bomba atomica, sfugge ai media occidentali che continuano a scriverne come fosse una drammatica partita in corso solo tra Gerusalemme e Ryad. Ma non è così, tanto che non è fantapolitica prevedere che, quando fallirà il tentativo di impedire con le sanzioni la costruzione della atomica iraniana, la pressione saudita sugli Usa per una azione militare sarà proprio ancora più forte di quella israeliana. Non è una nostra stravagante analisi, ma quanto risulta dai dispacci diplomatici dell’ambasciatore saudita a Washington Adel al Jubeir ( resi pubblici da Wikileaks) che riferiva a Ryad che nel corso di un incontro con generale Usa David Petraeus nell’aprile del 2008, il re Abdullah aveva avanzato “continue richieste perché gli Stati Uniti attaccassero l’Iran e ponessero fine al programma nucleare”. Il tutto accompagnato da una frase secca: “Tagliate la testa del serpente”.
D’altronde, identici concetti, con identica enfasi –secondo quanto ha riferito il Guardian- sono stati comunicati ai vertici della Nato dal principe Turki bin Faisal lo scorso giugno, in un vertice nella base dell’intelligence sul Medio Oriente e il Mediterraneo della Raf di Molesworth, nel Cambridgeshire. L’ex capo del Mukhtabarat –i Servizi sauditi- ed ex ambasciatore a Londra e Washington è stato chiarissimo: “Se l’Iran arriverà a dotarsi di armamento nucleare, l’Arabia Saudita sarà costretta a perseguire politiche che potrebbero portare a conseguenze incalcolabili e forse drammatiche”. Affermazione resa ancora più esplicita dal diplomatico saudita che accompagnava Turki che così l’ha spiegata: “Noi sauditi non possiamo vivere in una situazione in cui l'Iran abbia armi nucleari e noi no. E' così semplice: se l'Iran sviluppa un'arma nucleare, sarà una minaccia inaccettabile per noi e dovremo fare altrettanto.” Il tutto, nella convinzione più volte espressa da Turki bin Faisal che un attacco israeliano o americano all’Iran sarebbe “Una calamità, un cataclisma, non solo catastrofico!” Affermazione che apparentemente contrasta con la richiesta avanzata da re Abdullah al generale Petraeus di attaccare l’Iran, ma che in realtà è assolutamente tipica della politica saudita. A livello verbale, i dirigenti sauditi esprimono sempre strategie più che ortodosse sotto il profilo islamico e quindi mai e poi mai ammetterebbero di appoggiare una azione militare dei “cristiani”, contro una nazione musulmana. Così è stato nel 1990, quando pretesero di avere il comando formale di Desert Storm, così è stato per nel 2001 l’Afghanistan dei Talebani (peraltro intronati a Kabul nel 1996 personalmente da Tuirki bin Faisal) e così nel 2003 per l’Iraq. Lo stesso permesso già concordato con l’aviazione israeliana per sorvolare lo spazio aereo saudita per bombardare un domani l’Iran, è sempre stato seccamente smentito (anche da Turki bin Faisal), ma chi conosce i sauditi sa che sono solo parole. Una spregiudicata politica del doppio binario iniziata da Abdulaziz Ibn Saud co trattato segreto di alleanza militare con F. D. Roosevelt, siglato sui laghi Amari il 14 febbraio 1945, in cui affidava agli Usa, in cambio del petrolio, la “difesa strategica del regno”, non ultima ragione del successo del suo regno.
Certo è che mai, come con la presidenza Obama, i rapporti tra Washington e Ryad sono stati così tesi, nonostante l recente fornitura di armi per 60 miliardi di dollari. Basta leggere le innumerevoli interviste di Turki bin Faisal –il personaggio saudita più presente sui media mondiali- per comprenderne le ragioni: “Gli Usa dovrebbero riconoscere lo Stato palestinese e poi fare le valigie e lasciarci in pace e permettere che palestinesi, siriani e libanesi negozino direttamente con gli israeliani. Da Obama ci aspettiamo che la smetta di pronunciare banalità. Basta auguri e visioni, per favore; non basta parlare del parlare”. Non meno netto e quasi spregiativo, rispetto all’Afghanistan: “Il modo inetto in cui gli Stati Uniti hanno affrontato il presidente Karzai è da mendicanti; Il risultato è che tutte le componenti afghane si sono risentite le une con le altre, con un sapore acido in bocca. L'obiettivo deve essere quello di distruggere i terroristi, poi ritirarsi e lasciare agli afghani di mettere in ordine il loro paese.” Apocalittico addirittura a proposito del contrasto troppo debole degli Usa al tentativo dell’iracheno Nuri al Maliki di infeudarsi all’Iran: “Le forze del male sono ancora molto vive e attive in Iraq; sono indispensabili garanzie internazionali che assicurino che l'Iraq rimane uno stato sovrano e indipendente. L'alternativa è un conflitto regionale quale non si vedeva dal tempo delle guerre secolari tra gli ottomani e safavidi persiani”. Feroce il suo parere sul Segretario di Stato Usa, le cui dichiarazioni a favore delle manifestazione delle donne saudite per la propria emancipazione sono state particolarmente sgradite a Ryad: “Hillary Clinton ha danneggiato gli sforzi per rendere il Medio Oriente libero da armi nucleari quando ha sostenuto che non vi erano le convinzioni per una conferenza per un nuovo trattato per la non proliferazione nucleare, proposta dall’Onu.” Altrettanto netto, in un contesto pieno di riferimenti alla “arroganza americana”, il suo giudizio sull’azione di Obama per contrastare l'Iran: “L'atteggiamento della comunità internazionale e degli Usa sul suo programma nucleare è partito sul piede sbagliato fin dall'inizio e deve essere premuto il pulsante di reset. La politica del bastone e della carota non funzionerà, perché ci deve essere parità di condizioni; non si può chiedere all'Iran di giocare su un unico livello, mentre si consente a Israele, India, Pakistan e Corea del Nord di giocare su altri livelli”.
Non una parola di critica aperta, naturalmente, sull’ultimo contenzioso, forse il più grave, tra Ryad e Washington che riguarda l’assenso di Obama alla defenestrazione di Ben Ali (oggi ospitato dai sauditi in una lussuosa villa sul Mar Rosso) e soprattutto di Hosni Mubarak, che ha privato i sauditi del più prezioso alleato regionale e sulla piena insoddisfazione per il non interventismo americano sull’evoluzione della crisi in Yemen, là dove i sauditi continuano a considerare Abdullah Saleh una pedina indispensabile alla propria politica regionale. Ma è evidente che questo è ulteriore e determinante motivo di gelo, così come lo sono le prese di distanza Usa sull’intervento militare antisommossa di Ryad in Baherein.
Questo riposizionamento polemico della politica estera saudita nei confronti degli Usa ha avuto come conseguenza che Ryad ha potenziato al massimo la propria presenza autonoma nelle aree di crisi su due piani: tenta di sopperire alla caduta dei regimi tunisino e egiziano appoggiando i Fratelli Musulmani locali, ma soprattutto interviene massicciamente sulle moschee per favorire il radicamento degli imam più vicini al wahabismo, secondo uno schema collaudato da un quarantennio.
Ma il fulcro della politica estera saudita è oggi la Siria in cui persegue apertamente l’abbattimento del regime di Beshar al Assad per favorire poi il controllo del paese da parte dei Fratelli Musulmani siriani –da sempre e oggi più che mai finanziati e protetti e oggi con riforniti anche di armi via Libano- e per ribaltare le cocenti sconfitte subite a Beirut dall’assassinio di Rafik Hariri 1985 in poi, trasformando il Libano in una testa di ponte saudita sul Mediterraneo.
In qualche modo, la politica estera saudita ricalca le linee di quella “trincea sunnita” che Condoleeza Rice intendeva rafforzare per contenere l’espansionismo iraniano (secondo lo schema applicato nei confronti dell’Urss da Reagan negli anni ’80). Con la differenza che oggi Ryad sviluppa questa strategia in proprio e con una dichiarata diffidenza politica nei confronti della partnership americana, relegata a poco più che fornitrice di armamenti. Simbolo di questa autonomizzazione militare saudita è la decisione di dotarsi di armamento atomico. Il “pronti al nucleare se l’Iran avrà l’atomica” minacciato da Turki al Faisal non è una minaccia astratta. Lo scorso giugno l’Arabia Saudita ha annunciato un investimento di 80 miliardi di dollari per la costruzione di 16 centrali nucleari. Programma di lungo periodo, che con molte probabilità serve a “coprire” un programma militare nucleare che Ryad può rapidamente attuare grazie al raccordo col Pakistan le cui atomiche sono state costruite dallo scienziati Abdul Qader Khan (di casa a Ryad), grazie essenzialmente ai finanziamenti sauditi.
Infine, ma non per ultimo, una notazione: Turki bin Faisal non ricopre oggi nessuna carica politica o governativa in Arabia Saudita. Pure, è l’unico leader saudita a prendere posizione pubblica sui massimi temi di politica internazionale, per di più con una notevole carica polemica. Prese di posizione, peraltro, mai smentite da nessun membro del governo e tantomeno da re Abdullah.
Di fatto, Turki occupa lo spazio che dovrebbe essere gestito da suo fratello Saud bin Faisal, ministro degli Esteri in carica, stranamente silente. Una palese anomalia che rimanda alla acutizzazione della crisi istituzionale che attraversa il vertice saudita e che è emersa con tutta la sua forza in occasione della recente morte dell’erede al trono Sultan bin Abdulaziz e della nomina come successore di re Abdullah (gravemente malato) di suo fratello Nayef bin Abdulaziz. Una successione che vedrà di qui a poco assurgere al trono l’esponente più contrario alle riforme e più vicino ideologicamente al fondamentalismo islamico dell’intera corte saudita. Uno spostamento del baricentro politico a Ryad verso i settori più integralisti (sia pure impegnati durissimamente nel contrasto, ma solo militare ad al Qaida), rafforzato dalla contemporanea nomina quale ministro della Difesa –carica del deceduto Sultan- di Salman bin Abdulaziz, governatore di Ryad, anche lui noto per la sua intransigenza dogmatica. Nomine che hanno creato tali dissapori nella famiglia degli al Saud, che secondo al Quds al Arabi, il sottosegretario alla Difesa, il principe Abdel Rahaman si è rifiutato di rendere omaggio a Najef ed è stato per questo bruscamente allontanato dalla carica da re Abdullah. Ennesimo segnale di uno scontro frontale in una corte in cui i nipoti di Abdulaziz ibn Saud fremono nell’attesa che cessi la catena di successioni tra i suoi figli ottantenni (tutti malati) e lo scettro passi a loro. Una prospettiva che interessa molto Turki bin Faisal, che aspira oggi a diventare ministro degli Esteri –e comunque si comporta come tale- per diventare domani re quale figlio del re Faisal, che allontanò con un golpe nel 1964 re Saud (palesemente indegno), primo erede del fondatore del regno Abdulaziz. Quando toccherà ai figli sessantenni Turki può dunque tentare di imporre che si reinizi il giro (sempre orizzontale, tra fratelli e fratellastri, mai verticale), proprio da lui. E ha molte frecce nella sua faretra per riuscirci.

 

 

 

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